Descrizione

Blaise Cendrars, Una notte nella foresta - dicembre 2018

Per coloro che lo conoscono per semplice sentito dire, Blaise Cendrars è il poeta giramondo (le bourlingueur), sempre pronto a salire su un treno, su un transatlantico o sulla propria potente Alfa Romeo per farsi condurre in terre remote. Questa leggenda, che il poeta ha costruito negli anni e che certo ha adombrato in parte la sua vera grande avventura, quella della scrittura, nasce  precisamente tra le pagine dei suoi libri, i cui racconti portano il lettore dalla Svizzera a Parigi, da New York a Mosca, dall’Africa al Brasile, dalla Patagonia alla Cina e all’Australia. Se la superficie della Terra nella sua integrità – e quindi l’insieme di forze, di elementi e di simboli che la formano – è stata, più o meno realisticamente, percorsa da Blaise, facendo del viaggio una delle molle principali della sua opera (sia essa lirica, narrativa, fotografica, pittorica, memoriale...), non deve comunque stupire il gioco che egli adduce anche sul piano della Storia. L’ossessione della scrittura domina Cendrars per tutta la vita e l’artista, che spesso ritorna sui propri testi nel corso di interi decenni, non esita a rivedere l’ordine temporale degli stessi, con salti nella cronologia che in apparenza potrebbero sembrare delle sviste ma che di fatto sono elementi costituivi di un progetto ben più ampio di ricerca. [...]L’argomento e la natura di Una notte nella foresta si spiegano agevolmente con le date e la situazione dell’autore, che aveva previsto anche un sottotitolo: notte venerea, foresta di oscuri desideri. [...] Lontano da Parigi, lo scrittore che ha «troppi domicili» cerca ora rifugio e tranquillità nella scrittura di Moravagine, di Dan Yack e del nostro breve récit, nel quale, «come un illusionista», egli mostra il proprio atelier di scrittura per sorprendere, divertire, meravigliare e distrarre i suoi lettori.
(Riccardo Benedettini)

Non ci tengo a sapere quello che mi succederà, né che sarà di me. Sono pagato per sapere che non si può cambiare pelle, anche mutilandosi. Perciò non mi importa delle sofferenze, dei dolori, delle gioie, delle pene, delle ebbrezze, e vorrei riuscire a sopportare con la stessa indifferenza la povertà e la ricchezza, il bene e il male, l’intelligenza e la stupidità. L’indifferenza è lo stato d’animo più difficile da raggiungere, da difendere e da conservare. Ma sono troppo sensibile, mi emoziono per un niente, la mia mente si mette in moto troppo facilmente, gira, scoppietta e poi, come un motore, perde i colpi. Ricado allora dentro me stesso, affondo e trovo piacere in questi ritorni vertiginosi di coscienza mentre soffoco e annego. La vita fila a tutta velocità come un vecchio film rincollato, pieno di strappi, di buchi, scene ridicole, personaggi a rovescio, didascalie antiquate, e si ferma all’improvviso su un’immagine, che non è sempre la più bella, ma che diventa luminosa a forza di fissarvi l’attenzione. È assurdo, ma è così.
[...]
La Città Eterna non lo è nei suoi monumenti di marmo e bronzo, ma, a rovescio, nelle catacombe che franano. L’ombelico dell’universo è un buco: non è un duomo ma un antro. Bisogna lasciarsi scivolare, abbandonarsi, lasciarsi trascinare dalla propria pesantezza per raggiungere il centro del mondo e contemplare non la mummia imputrescibile degli imperatori, né la maschera apologetica dei papi, ma piuttosto i volti ardenti delle streghe che roteano nelle fiamme. Solo la Roma delle Sibille, la Roma demoniaca, la Roma dei negromanti è stata grande, di una grandezza sotterranea e notturna, forse opera di una talpa ocellata, ma sicuramente l’opera di una talpa cieca, nascosta e interrata, e tutto quello che si è eretto orgogliosamente sulla superficie della città è stato segretamente abbattuto da questa bestia. Qui tutto scricchiola, tutto rovina, si sgretola, si scrosta, va in polvere, forma un monticello di detriti, e, sotto questo deposito, vanno e vengono gli animali sagaci, gli animali setosi, gli animali magici che rotolano i propri escrementi in forma di palla.
(Estratti da B. C., Una notte nella foresta)

Blaise Cendrars, nome d’arte di Frédéric-Louis Sauser, nasce nella Svizzera francese il 1° settembre 1887. Abbandonati gli studi di ragioneria e poi di medicina e lettere, intraprende i primi viaggi tra Russia, Cina, Francia e America, e scopre la letteratura frequentando la biblioteca di San Pietroburgo e componendo i suoi primi poemi, tra cui Les Pâques à New York, La Prose du Transsibérien et de la Petite Jehanne de France e Panama ou les Aventures de mes sept oncles. Arruolatosi nella Legione Straniera a sostegno della Francia, perderà il braccio destro combattendo al fronte nel 1915, reimparando poi a scrivere con la mano sinistra. Naturalizzato francese, si stabilisce nell’Ile-de-France e compone altre poesie e le prime opere narrative, spesso arricchite di illustrazioni, incisioni o riproduzioni fotografiche, fra cui, La Fin du Monde filmée par l’Ange Notre-Dame, Profond Aujourd’hui, J’ai tué, Dix-neuf poèmes élastiques. Fonda le Editions de la Sirène, fa esperienze cinematografiche, si appassiona all’Africa e al Brasile, scrivendo i suoi grandi romanzi d’avventura. Compone in questi anni l’Anthologie nègre, L’Or, la merveilleuse histoire du Général Johann August Suter, L’Eubage, Moravagine, Le Plan de l’Aiguille, Les Confessions de Dan Yack, Une nuit dans la forêt, premier fragment d’une autobiographie, Rhum, l’aventure de Jean Galmot. Durante il Secondo Conflitto Mondiale diventa reporter e corrispondente di guerra, ma dopo l’armistizio si esilia in Provenza, dove intraprende la stesura della tetralogia autobiografica: L’Homme foudroyé, La Main coupée, Bourlinguer, Le Lotissement du ciel. Negli anni Cinquanta realizza diverse conversazioni radiofoniche e porta a termine l’ultimo romanzo Emmène-moi au bout du monde!…, prima di essere colpito da due ictus che lo lasceranno debilitato e delle cui conseguenze perirà il 21 gennaio 1961.