Descrizione

Massimo Morasso, Fantasmata, marzo 2017

Il momento migliore per incontrare gli spiriti è quando ci si trova in uno stato di fervente attenzione. E non si ha voglia di considerare l’apparenza come una verità. Riconoscere uno spirito guida, è bellissimo. Dà un indirizzo preciso e un senso di protezione. Combina l’idea del nostro Sé con un mondo animato da una presenza significativa. Ci de-contrae. L’invisibile abita, ora, dove lo si lascia entrare - vive in noi e con noi. Mi ricordo di un orribile mattino, fra il funerale di mio nonno e la biopsia. Nietzsche e io stavamo scendendo verso piazza Corvetto, congestionata dal traffico. Nelle bacheche del teatro Stabile campeggiavano le locandine con la programmazione della stagione, e un paio di manifesti promozionali. Spettri, Ibsen.
«Ah Fritz, io credo che anche noi, tutti noi, non siamo nient’altro che spettri» commento io, e a lui, che tace, torvo come una tempesta, vedo che sotto ai baffoni simil-Schnauzer spunta il suo tipico, sprezzante ghigno da nietzscheano. Poi mi s’accosta, come rabbonito, e mi mette un braccio sulla spalla. E io sento che quell’abbraccio mi fa bene. E sento che anche andarcene a zonzo mi fa bene, Fritz e io, per un  po’, pensierosi, barcollanti come due ubriachi.

(Estratto da M.M., Fantasmata)

Massimo Morasso (Genova, 1964), germanista di formazione, fra tante altre cose ha scritto il ciclo poetico Il portavoce (pubblicato in due raccolte e tre plaquettes fra il 1997 e il 2012), un paio di libri apocrifi sull’attrice Vivien Leigh (2005 e 2009), una monografia su Cristina Campo (2010), una sul pittore William Congdon (2012), il tomo inclassificabile Il mondo senza Benjamin (2014) e il libro di poesie L’opera in rosso (2016).

Foto di Mario Martinazzi